L’AVVENTURA DEL CANYON GORROPU – Sardegna in Viaggio

L’AVVENTURA DEL CANYON GORROPU

10 Giugno 2016

Scendiamo verso sud, dopo aver fatto colazione al Camping Tavolara, con cappuccino e brioches. Un saluto ed il primo addio, la prima sensazione di partenza, la prima volta che lasciamo un luogo ed andiamo incontro al nostro viaggio. Dobbiamo arrivare in cima al monte Tiscali, nella zona di Supramonte. Sappiamo già che il cammino sarà lungo ed impegnativo. Abbiamo preparato tutta l’attrezzatura per affrontare questo trekking, abbiamo già indossato i vestiti adatti.


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Per una buona mezz’ora, stiamo continuando a salire, avendo davanti un pulman che viaggia pianissimo, ma non c’è modo di superarlo, e stiamo incrementando il ritardo.

La guida deve servire anche per trasmettervi delle informazioni per organizzare i vostri viaggi, quindi introduco un argomento che vi tornerà utile. Google Maps contiene la funzione street view. Pensate se ci fosse un modo per osservare il viaggio da compiere utilizzando le immagini di Google, ma senza dover continuare a cliccare con il mouse per fa avanzare il cursore. Ebbene il sistema c’è, è stato realizzato e lo trovate qui www.brianfolts.com/driver/ qui trovate un Google Streetview Player, inserite le località di partenza e di arrivo, la velocità del filmato, consiglio 10FPS (Frame Per Secondo) così da velocizzare. Poi se durante il percorso sarete interessati ad un particolare, fermate il filmato e osservate a destra nella mappa dove vi trovate.

 

Il viaggio è stato faticoso è lungo, eravamo costretti nelle curve dei tornanti a mantenere l’equilibrio, la strada saliva, saliva, vedevamo tutto intorno a noi piano piano le cime dei monti che si estendevano all’infinito.
Una varietà di colori verdi. Verde scuro, verde chiaro, inframmezzata da queste strisce bianche, erano: sentieri, strade, ghiaioni, frane; finché non abbiamo notato un’antenna. Sul culmine della montagna c’era questa antenna grossa, è un attimo prima sulla strada, c’era il parcheggio del bar Silana.

Sopra le nostre teste c’era un cielo azzurro, ogni tanto coperto da questi nuvoloni bianchi, come quelli della Warner Bros. Eravamo in montagna ad un’altezza di circa 900 metri e comunque si sentiva il caldo. All’ingresso del bar c’era questo viale di ghiaia, con due pali ai quali erano fissate delle bandiere sventolanti, c’era la bandiera austriaca, svizzera, tedesca, spagnola, francese, e ovviamente quella della Sardegna con i quattro mori, ed anche quella italiana. Davanti all’ingresso dei vasi con dei gerani fucsia coloratissimi, facevano da contrasto al marrone bruciato delle tante parti di legno, quasi scolpite.

Dopo essere entrati aver varcato la porta, ed essere stati accolti da tanta simpatia, abbiamo chiesto di poter bere e mangiare qualche spuntino. La nostra preoccupazione in quel momento era soprattutto per i bambini, sapevamo che il terreno sarebbe stato accidentato, e quindi eravamo vestiti equipaggiati con le pedule da montagna. La preoccupazione maggiore stava nella riserva d’acqua, avevamo la Camel back da 2 litri, due bottiglie da un litro e mezzo d’acqua da mettere nello zaino grande e ogni persona del gruppo avrebbe avuto una bottiglietta da mezzo litro di acqua fresca.

Abbiamo gustato delle patatine crocchias, le patatine originali sarde, abbiamo mangiato un po’ di tutto del pane degli affettati, poi ci siamo dissestati con una bella bevanda zuccherata chi con l’aranciata, chi con il pompelmo, alla fine eravamo pronti.

  

 

Ognuno di noi sentiva un po’ di paura, lo si leggeva negli sguardi, nel guardarsi nel non affrontare la situazione, finché ad un certo punto abbiamo dovuto decidere, e abbiamo capito che era arrivato il momento di scendere nel Gran Canyon.

Arrivati sul ciglio del bordo strada, dove inizia il sentiero del Gorropu, si è paventato davanti a noi un panorama incredibile con tutte le vette dei monti sparsi che erano più bassi rispetto il nostro punto di osservazione. Sopra di noi sulla sinistra c’era, ancora più in alto, la vetta del monte Tiscali con il villaggio nuragico.

E’ come scendere al centro della terra, questa è la sensazione me lo ricordo bene, questa frase l’ho pensata e pensata, più volte, come se dovessimo andare a fare una spedizione unica, un qualcosa di nuovo, un qualcosa di assolutamente eccezionale per il luogo, il posto, e il gruppo che rappresentavamo.
All’inizio abbiamo pensato: forse questo passaggio non sarà adatto a tutte le famiglie, e quindi dovremo essere trasparenti, molto chiari, sulle difficoltà da dover affrontare su questo percorso. Ma dopo averlo vissuto, possiamo dire che facendo attenzione, e muovendosi in sicurezza, è un posto da visitare assolutamente, e far vovere ai bambini.

Lungo il sentiero ci sono reti metalliche sparse che rappresentano una protezione, probabilmente messa da biologi o botanici del parco, per mantenere vive le specie di alberi che sono stati piantati. Per fare in modo che gli animali non le rovinino.
Il sentiero accidentato fatto di pietre più o meno grosse a volte scivolose, a volte molto taglienti, senza appoggi per le mani, è faticoso, e bisogna mantenere l’equilibrio con lo zaino in spalla, ed il rischio di scivolare verso il basso.

Stavamo andando alla ricerca attraverso questo sentiero della storia nuragica, della storia anche neolitica di questa zona, che rappresenta un pezzo dell’Italia intera.

Lungo il sentiero abbiamo fatto incontri con diversi animaletti quello più buffo, bizzarro, che si ripeteva come un déjà-vu, è stata una lucertola, una specie quasi endemica del Canyon Gorropu, perché ha una livrea, un colore di tutta la pelle verde metallizzato. Sembra un pezzo di metallo, una statua, finché sta ferma; poi quando si muove la vedi schizzare via letteralmente velocissima.

Oltre questo abbiamo incontrato un branco di mucche color nocciola, ed una di queste era proprio sul sentiero e ci veniva incontro. Sembravano vitelli, umili, quasi fossero abituati al contatto con le persone umane che ogni anno varcano questo sentiero e trasportano con il loro vociare, le loro grida, le risate; un pezzo umano all’interno di questo mondo quasi incantato.

Ad un certo punto vuoi per la stanchezza, vuoi per la fame, vuoi per la ripetizione continua di queste curve sotto gli alberi o fuori dagli alberi sotto il sole, su queste pietre; abbiamo scelto di fermarci di fare una piccola sosta all’ombra di un bellissimo albero.
Tutti e tre Laura, Noemi e Christian si sono seduti uno vicino all’altro sotto all’albero come in fila indiana, mi sono preso questo secondo, l’ho quasi rubato, immortalato in uno scatto, dove i loro volti sono quasi in ombra, dovuta alle fronde enormi di questo albero, e dietro la parete di roccia che va fino alla vetta completamente quasi bruciata dalla luce solare.
Chissà nella storia quante persone, il popolo nuragico, la storia insomma; si è seduta su questo tronco o su queste rocce per prendersi un attimo di pausa e ricaricare le pile.

Abbiamo degustato le poche cose che ci siamo portati dietro, per avere un po’ di energia, per poter continuare lungo il percorso, ricordandoci che circa ogni 20 minuti dovevamo bere un sorso d’acqua.

Ad un certo punto sul sentiero leggermente più in alto sulla sinistra abbiamo notato una specie di capanna, un tipì indiano, con la base muraria fatta da pietre messe tutte in circolo a formare un cerchio, e sopra delle assi di legno. Forse sono state utilizzate nei giorni nostri per ricostruire quello che doveva essere un tempo questo rifugio. Questa capanna in particolare, viene chiamata pinettu ed è una capanna tipica del Supramonte.

La capanna nuragica veniva utilizzata per fare le riunioni, per dare modo a i capi clan, piuttosto che ai responsabili dei vari gruppi di persone, di potersi riunire tutti sotto un unico tetto magari con il fuoco acceso e prendere decisioni importanti.
Queste capanne erano l’antitesi dei nuraghi, all’inizio venivano fatte con questa base circolare di pietra sulla quale venivano poste le assi a formare la cupola. Poi hanno sostituito la parte di legna con delle pietre e questa veniva chiamata capanna a falsa cupola perché in realtà non era una vera e propria cupola. Successivamente c’è stata l’evoluzione, non c’era più la cupola ma c’era l’apertura a cielo aperto, diventando una torre nuragica.

Ad un certo punto forse la stanchezza, forse il fatto che lungo il sentiero non avevamo punti di riferimento abbiamo provato a telefonare alla nostra guida che era Fabio Vella il responsabile del Canyon Gorropu, con il quale ci siamo messi d’accordo e abbiamo cercato di capire dove ci trovavamo, e lui identificando un po’ quelle che potevano essere le condizioni intorno a noi ci suggerì di prendere una strada in salita sul ghiaione, per ridiscendere alla fine dello stesso. Questa situazione capita spesso perché non essendoci dei segnali molto indicativi, il sentiero porta ad arrampicarsi sulle rocce, e magari lo si può fare, quando non si hanno i bambini.


Nel caso di bambini è necessario seguire il sentiero senza rischi per nessuno, cercando di mantenere una linea visiva con tutto il gruppo che sta scendendo. Appena siamo scesi, nella radura, abbiamo trovato delle torrette fatte accumulando in equilibrio le pietre. Segno che eravamo sul sentiero giusto.

Quando ci si troverà a ridosso della verticale di queste pietre della montagna, noterete un sacco di grotte sempre sulla parte sinistra rispetto la vostra direzione, e arriverete ad un certo punto dove la strada di ghiaia comincia ad andare in discesa, e sulla sinistra troverete degli anfratti, delle grotte molto grosse nelle quali addirittura potrete entrare ma sono a fondo cieco, sono come delle mezze sfere scavate nella roccia dai colori rossicci.

Nella foto che segue potete vedere tutto il monte Tiscali, la parte più alta ovviamente, è tutta la dorsale che fa da copertura al Canyon nella parte sinistra in alto vedete una freccia verde lì si trova il Bar Silana ed è l’inizio del sentiero, che percorre tutta la dorsale, a volte sotto gli alberi a volte sotto il sole di questa roccia incredibile, fino ad arrivare a questo ghiaione in salita che potete notare nella foto dove c’è Laura che sta indicando la grotta in alto nella parte destra della foto. Nella foto di Google Maps potete vedere esattamente dove ci troviamo. Infine nella parte più bassa di destra, vedete il punto di arrivo che è proprio la gola del Gorropu dove c’è il punto in cui Fabrizio Vella ci sta aspettando.

Questo posto mantiene la storia, non c’è stata forma umana “moderna” che abbia interagito con la natura di questo luogo, se non il semplice camminare e passare in mezzo a questi monti, lasciando la natura incontaminata.
Questa roccia viva che arriva dalla terra, da sotto e si inerpica fino alla vetta del monte Tiscali, incontra a volte gli altri monti con i quali crea delle gole e nella foto che si vedrà successivamente, si vede l’ombra della montagna dove ci troviamo noi come punto di osservazione, il cielo azzurro e i monti antistanti il Canyon del Gorropu che sono soleggiati e verde intenso.

Arrivati alla base del Canyon, dove c’è la gola vera e propria, si apre una distesa di pietre bianche inondate da un fiumiciattolo di acqua trasparente. Il Rio Flumineddu, quello che ha scavato e creato il Canyon.
In mezzo a tutte queste pietre ci sono gli oleandri del colore fucsia che fanno da contorno a questa meraviglia. 

Eravamo distrutti, completamente stanchi, con le gambe veramente affaticate, ci siamo presi qualche minuto per riprenderci è Fabrizio Vella una volta conosciuto ci ha indicato una fonte d’acqua naturale pulita è potabile.
Sono andato con la Camel back a questa fonte, ho provato a bere direttamente dalla fonte quest’acqua che sgorga fuori a circa 8° quindi molto fredda, e ho riempito tutta la Camel back, 2 litri d’acqua purissima filtrata dalla roccia calcarea del Canyon Gorropu.

Fabrizio ha voluto portarmi in mezzo a questi pietroni che sembrano quasi delle sfere bianche dove qualche gigante per prendersi gioco degli uomini ha scagliato in mezzo a questo Canyon in qualche maniera da rendere difficile il percorso.

Fabrizio si muoveva sulle pietre come se conoscesse ogni più piccolo angolo, ogni spuntone, ogni buco che si forma tra una roccia e l’altra, ed è sempre seguito dalla sua cagnolina che non lo lascia un secondo.
All’interno del fondo del crepaccio, che mi ricordava l’inferno di Dante dipinto dal Botticelli, ho visto dei colori incredibili, dei contrasti di luce e ombra; quando ci si trova nella parte più bassa della gola dove c’è l’ombra vera, c’è una differenza di temperatura anche di 10°, e la si percepisce proprio sulla pelle, perché nel momento in cui si ritorna alla luce del sole si viene investiti dal caldo estivo.

 

Tutta la fatica fatta si è rivelata una sorpresa, perché pur essendo stanco pur avendo faticato con lo zaino fotografico, la macchina pesante in mano, ho trovato la forza, accompagnato da Fabrizio, per vedere dove si congiungono le due verticali del Canyon, in una di queste due pareti si forma una volta l’anno; e solo nel Canyon del Gorropu, una pianta particolare che sboccia con fiori che durano pochissimo ed esclusivamente qui a Gorropu, in un periodo preciso dell’anno. Viene chiamata Acquilegia del Gorropu, e cresce solo in questa gola, viene chiamata anche Acquilegia Nuragica.
“E in mezzo scorre il fiume” mi viene da dire, il Rio Flumineddu che adesso sembra un rigagnolo, nei mesi delle piogge diventa potente, scende da un dislivello di oltre 200 metri.

Cristian e Noemi giocando con la action camera sono riusciti a riprendere oltre che l’acqua cristallina anche i girini appena nati.
Una delle leggende particolari del Gorropu è quella che racconta che in un certo periodo dell’anno, in un’ora precisa del giorno, nel punto più stretto del Canyon, si possono scorgere le stelle anche in pieno giorno, ma credo che sia soltanto una leggenda, bisognerà ritornare ed approfondire.

Ritornati alla base della discesa, abbiamo raccolto gli zaini, fatto qualche foto, e poi siamo partiti in marcia a piedi, per raggiungere il parcheggio delle jeep, mezzo che ci avrebbe condotto al Campo Base del Gorropu, dove c’è la sede del loro gruppo di guide. Percorrendo nuovamente due chilometri e mezzo di sentiero, siamo risaliti, e sentivamo tutto il peso del trekking fatto ore prima. Ma la sensazione era di vittoria, questa vistia, quest’avventura bisognerebbe farla almeno una volta nella vita.

Un ambiente dove si respira aria di trekking, dove il turista può trovare di tutto, e anche noi abbiamo scelto di portare con noi qualche ricordo, oltre ad una bottiglia di Mirto Bresca Dorada. La loro organizzazione è notevole, per prima cosa la sicurezza, nel cammino e nel percorso, sono equipaggiati con jeep Land Rover Defender, possono dare vestiario ed equipaggiamento per grandi e piccini. C’è anche un bel freezer, dal quale abbiamo preso dei buonissimi gelati ristoratori. 

 

I souvenir non mancano, ma anche la cultura. Fabrizio ha appena finito di pubblicare un libro, che tratta la storia del paese di Mannorri, un luogo che è stato dimenticato dalla storia, ma grazie al suo lavoro di ricerca quasi investigativa, è riuscito ad ottenere la testimonianza “orale”, da parte di tane persone del posto, che hanno vissuto questa vicenda. In Sardegna, specialmente in alcune zone, è mancata la scrittura, e tutto veniva tramandato oralmente da persona a persona, quindi tanti fatti storici sono andati perduti. Grazie al suo grande lavoro oggi possiamo leggere attraverso le sue pagine, la storia di un paese intero, che è scomparso, e che nasconde fatti di cronaca nera.

  

 

Alla fine della giornata, Fabrizio andava a casa, a lavarsi e riposarsi. Noi andavamo verso il Camping Calapineta, e avevamo ancora tanta strada da macinare prima di arrivare e montare le tende. Il sole stava già diventando arancione, e noi avevamo fatto tutto, nooooooo, il sasso dell’amicizia. Lo avevamo fatto vedere, ne avevamo parlato, ma poi nella fretta tra baci e abbracci, non lo abbiamo dato fisicamente a Fabrizio. Una telefonata, ma era già molti tornanti sotto di noi, allora abbiamo deciso di metterlo in un posto dove lo avrebbero trovato il giorno seguente, e così è stato. Lo abbiamo immortalato, i bambini hanno deciso di dargli il sasso verde, e non ci sta male tutto sommato, anzi, è proprio nel posto giusto.

Buona notte anche a voi, noi dobbiamo andare di corsa verso una meta sconosciuta, e chi lo sa cosa troveremo, ma l’avventura continua.

 

   

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